mimmo locasciulli

 

Mimmo Locasciulli : "riserve" per
la canzone d'autore

di Antonio Piccolo
(Intervista pubblicata su www.bielle.org
il 26 agosto 2006)

Il 13 luglio 2006 si chiude la seconda edizione della rassegna "Cantautori in villa" nella Villa Campolieto di Ercolano (Na) - nell'ambito della 19ª edizione del Festival delle Ville Vesuviane -, organizzata dal Club Tenco con la direzione artistica di Enrico De Angelis e Désirée Lombardi. Dopo i La Crus, Bruno Lauzi, Daniele Sepe, gli Yo Yo Mundi e Pacifico, chiude la rassegna il cantautore Mimmo Locasciulli. Appartenente alla generazione storica dei cantautori, esegue soprattutto brani degli ultimi anni e buona parte del suo nuovo album, "Sglobal". Qualche giorno dopo, ci concede gentilmente quest'intervista.

È uscito da poco il tuo nuovo disco: "Sglobal". Un neologismo, formato dalla parola "global" con davanti una "s" privativa, come a dire "no global". Però, dice "sglobal" e non "no global", e credo sia una differenza importante. Cosa vogliono dirci il titolo di questo disco e della canzone omonima?
"Sglobal" è il brano che da il titolo all'album. La canzone mi è venuta in mente guardando un servizio televisivo sui fatti di Genova, al G8, con i casini accaduti e gli scontri tra le forze di polizia e i no-global. Pensavo alle ragioni che sono alla base delle azioni del movimento, ma anche alla facilità con cui si oltrepassano i limiti. Certo, sappiamo perfettamente che esiste un sistema mondiale di controllo sulla nostra vita, sui nostri spostamenti, sui nostri consumi, sulle nostre abitudini. Dal Bancomat, alle carte di credito, dal Telepass alle banche, dai supermercati fino alla prenotazione di un taxi… Le città sono zeppe di telecamere, i negozi, gli alberghi, dappertutto c'è chi ci controlla! Si è sviluppata una rete dalla quale è impossibile uscire. E, d'altra parte, i meccanismi di condizionamento diventano ogni giorno più raffinati: la pubblicità televisiva, murale, sulla stampa. E non finisce qui: il sistema commerciale, l'economia, l'agricoltura, tutto è indirizzato al condizionamento implacabile a livello dei singoli individui se non di intere comunità. E' un quadro agghiacciante di fronte al quale è veramente difficile rimanere impassibili. Credo però che le azioni dettate dalla violenza, anche se supportate da ragioni valide, non giovino ad alcuna causa. Il tempo della rivoluzione francese è finito sui libri di storia, oggi c'è bisogno di un approccio diverso. L'azione politica senza una presa di coscienza può risultare sterile, fine a se stessa e ai suoi slogan. C'è bisogno di consapevolezza, di una partecipazione di ordine soprattutto culturale perché l'ignoranza ostacola, la conoscenza e la cultura aiutano. E' fin troppo facile accodarsi al coro degli slogan o abbandonarsi alle varie di forma di violenza, ed è troppo difficile (forse anche un po' noioso) condire le proprie scelte con il sale della sapienza. Usando il termine Sglobal, con la esse privativa ho voluto esprimere la mia disapprovazione e condanna verso il sistema che ho appena descritto, ma nello stesso tempo ho voluto dare un segno di distinzione alla mia posizione nei confronti di un scelte tattiche, atteggiamenti e presupposti tipici dei no-global, da me non pienamente condivisi. Sicché, se oggi mi chiedessero se sono "global" o "no-global" io rispondo: "sglobal".

A guardare la copertina si nota una grande confusione, un'inquietudine diffusa. Come mai è questa la copertina di "Sglobal"? Ce la commenti?
Una sera avevo a cena una coppia di amici con la loro bambina di 5 anni, Olimpia. Noi parlavamo delle nostre cose e lei passava il tempo a disegnare su tovagliolini di carta. Alla fine della serata, sparecchiando, ho visto quel capolavoro di innocenza, semplicità e capacità di sintesi. In quel disegno c'è tutto: il bisogno di una espressione genuina, sincera e consapevole in ordine all'analisi e all'osservazione del mondo che viviamo e, implicitamente, la scelta delle soluzioni più idonee in ordine alla conservazione delle proprie identità.

Rispetto al disco precedente ("Piano piano") - tutto acustico e abbastanza "soft" -, in "Sglobal" possiamo notare una maggiore voglia di sperimentazione rispetto alle sonorità. Ci sono atmosfere jazzate, blues, richiami di Tom Waits. Quali differenti esigenze ci sono dietro i due dischi?
Le mie canzoni non nascono quasi mai da esigenze di ordine stilistico. Esse sono solo una (spero) equilibrata equazione tra il testo, che per me rappresenta la testimonianza dei tempi che vivo, e la melodia che invece ha la funzione di veicolare le parole quanto più possibile nei luoghi nascosti in cui ciascuno custodisce la propria sensibilità. Ritengo che ogni mia canzone, dalla più semplice alla più articolata, possa essere modificata nel ritmo, nella veste di arrangiamento, nelle scelte sonore, senza peraltro perdere il suo senso originale. Quando ho finito di scrivere le canzoni di questo album io e Greg Cohen (che è il co-produttore di "Sglobal") abbiamo analizzato le varie soluzioni di suono ed arrangiamento: quello che si può ascoltare sul disco, quindi, è la fusione del nostro pensiero con la sostanza delle canzoni e l'apporto creativo di ogni musicista presente nel lavoro.

Tra le tante collaborazioni (musicisti straordinari come Marc Ribot, Stefano Di Battista e il solito Greg Cohen), in questo disco c'è la canzone "Sgobal" che è scritta e cantata con Frankie Hi-NRG. Come vi siete incontrati e com'è nata l'idea di questa collaborazione?
Un paio di anni fa mi è capitato di ascoltare due o tre volte nel giro di pochi giorni la canzone di Frankie "Quelli che ben pensano". Contrariamente a quanto mi accade con molti pezzi rap quella canzone mi prese profondamente per l'intelligenza del testo in cui si fondevano ironia pungente, istanze generazionali e pulsioni di ordine sociale con il risultato di una prosa di alto valore stilistico, poetico e culturale. E' un po' quello che dicevo prima: la quota culturale fa la differenza. Nella canzone di Frankie non c'è scontatezza, non ci sono spazi vuoti, non ci sono slogan. C'è una preziosa sintesi di osservazione e una grandissima capacità espressiva. Forse da quegli ascolti ho cominciato a coltivare il desiderio di poter fare qualcosa insieme a lui. L'occasione si è presentata, naturalmente, quando ho cominciato a pensare alla canzone specifica. L'ho chiamato e gli ho illustrato quello che avevo in testa; lui è stato molto ricettivo e disponibile e così è venuta fuori questa canzone che per me rappresenta una conquista artistica ed umana nello stesso tempo.

Ho un debole per "Non è stato facile", perché ritengo che l'armonia fra testo e musica sia molto ben riuscita (e credo sia la cosa migliore che uno possa aspettarsi da una canzone, che è fatta prima di tutto di testo e musica). Puoi dirci com'è nata questa canzone o, comunque, esprimere un commento?
In effetti la canzone è di qualche anno fa ed è stata scritta per la gran parte da Stefano Delacroix di cui ho prodotto due album. Io ho scritto una parte del testo, ma ho sempre avuto il grande desiderio di poterla cantare perché mi sono sentito profondamente immerso nelle atmosfere che essa evoca. Stilisticamente è abbastanza diversa dalle altre canzoni di "Sglobal" ma nell'economia dell' album ci sta molto bene e, credo, prepara perfettamente all'ascolto della successiva "Hemingway".

Lasciamo da parte "Sglobal", ora. Vorrei parlare di un argomento che mi sta a molto a cuore e che, se ho ben inteso il discorso che hai fatto sul palco ad Ercolano prima di iniziare il concerto, sta a cuore anche a te: il rapporto fra la qualità e il mercato discografico. Senza contare che, negli ultimi anni, hai talvota rivestito il ruolo di produttore.
Tu hai iniziato negli anni '70 - anni "magici" per la cosiddetta canzone d'autore - a fare questo mestiere, pubblicando dischi come "Intorno a trentanni" (che, secondo me, dovrebbe essere considerato un pilastro nella storia della canzone d'autore). Nel frattempo, hai continuato il tuo lavoro di medico; spero di non essere indiscreto: immagino che tu abbia continuato per passione e che avresti potuto vivere anche del solo mestiere di musicista. Credi che oggi il mercato offra abbastanza spazio ai nuovi talenti affinché riescano a vivere della propria arte?

Una risposta per volta: il rapporto tra qualità e mercato discografico lo può constatare chiunque, soprattutto quella moltitudine di giovani autori, cantanti o band che pur avendo una altissima cifra artistica non riescono ad entrare nel mercato discografico e restano ai margini. Purtroppo anche nel mondo della discografia siamo alla globalizzazione, alla cultura del supermercato e dell'usa e getta. Non ci sono molti commenti da fare, c'è solo da essere desolatamente sconsolati! E' questa la ragione che oggi mi frena molto nel ruolo di produttore. Ho paura a produrre qualunque album, forse anche un mio album.
"Intorno a trentanni" è stato un album fortunato perché forse è arrivato nel momento giusto. Ci sono alcune canzoni ("Gli occhi", e "Natalina") che canto da più di venti anni e che ancora mi toccano come quando le ho scritte. E' questa la magia della musica.
La risposta all'ultima parte della domanda è molto semplice: pur avendo avuto la possibilità di vivere magnificamente del solo mestiere di musicista non ho mai avuto la tentazione di lasciare il mio lavoro di medico: in primo luogo perché mi piace molto, e poi perché lo considero il mio contributo attivo e produttivo al contesto civile e sociale cui appartengo.

Al concerto hai parlato anche delle "riserve di canzone d'autore". Di che iniziative parli e che ruolo possono avere (o già hanno)?
No, in verità non si tratta di alcuna iniziativa: nel precedente album, "Piano piano", c'è la canzone "Lettere dalla riserva" che esprime, con linguaggio mascherato di poesia, quella che è più una mia necessità che non una considerazione, e cioè: credo sia giusto riservare alla canzone d'autore (con le dovute distinzioni dalle canzoni dei vari"cantautori" di turno) un trattamento di maggior riguardo. La canzone d'autore non è per tutti, non per quelli di bocca buona, non per il pubblico delle radio FM , né per quello delle varie trasmissioni televisive in cui si mescolano disinvoltamente quiz da deficienti, telefonate imbecilli e musica di passaggio, né per le varie MTV o per altri canali per teen agers assetati di video clip. Rivendico per la canzone d'autore una posizione di netta distinzione, una "riserva"appunto (nel senso migliore del termine) frequentata solo da chi nutre un sincero interesse verso di essa e non dai consumatori indifferenziati di musica. E' difficile, ma sognare non costa niente e ti aiuta.

Per concludere, lo so che non è una domanda originale, ma fa sempre piacere sapere la riposta: quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho solo progetti a breve scadenza, una serie di concerti in Italia e Svizzera. Mi prendo ancora un po' di tempo per quelli a più lunga gittata. Vedremo.

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Mimmo Locasciulli: testimone di ieri,
cronista di oggi

di Andrea Del Castello

(Intervista pubblicata su Musicalnews.com
il 9 Giugno 2006)


Sempre attento sia ai temi storici sia a quelli di attualità, Locasciulli propone "Sglobal", un disco registrato insieme ad alcuni tra i più grandi interpreti del panorama internazionale. E dichiara "mi piace essere cronista del tempo che vivo".

Roma. 10 maggio 2006. Via Nazionale è il solito brulicare di veicoli e pedoni; sul fondo, verso Piazza Venezia, la quadriga sovrastante l'Altare della Patria incide la sua sagoma nera contro la luce crepuscolare di un cielo striato da sottili nubi lontane. A lenti passi mi dirigo verso il Piccolo Eliseo, il Teatro nel quale stasera Mimmo Locasciulli presenterà dal vivo "Sglobal", il suo nuovo disco.
L'aria è tiepida e la passeggiata diventa più gradevole man mano che i veicoli diradano e il rumore dei motori lascia il posto al silenzio della sera. Respiro il profumo della primavera, la fragranza del metabolismo che ciclicamente percepisce l'avanzare verso le serate all'aperto.
Un'altra ondata di vetture mi desta dai pensieri. Deve essere scattato il verde al semaforo che mi sono lasciato alle spalle, ma ormai il traffico sta scemando: sono poche vetture, passano, ed è di nuovo silenzio.
Sono quasi arrivato, supero alcune persone impazienti per l'attesa dell'ultimo autobus pomeridiano. Tra esse riconosco la ragazza che mi aveva superato di corsa. Adesso capisco perché correva. Invano. E' sconsolata. Deve aver perso l'autobus che rincorreva. Dovrà aspettare quello successivo.
"Guarda! Stasera c'è Locasciulli!". Mi desto di nuovo dai pensieri. Sono arrivato. Di fronte a me c'è una signora che indica all'amica il manifesto nella vetrina del teatro. "Ci andiamo?" chiede con retorica. Osservo l'orologio. È presto. Sono sicuro che verranno. E infatti le incontrerò più tardi in platea. Per me invece non è affatto presto. Entro. Arrivo in sala. Mimmo mi sta aspettando e mi riceve con il suo solito fare molto cordiale.
Ci accomodiamo e cominciamo a parlare:

ADC: "Sglobal" è un tema d'attualità: la denuncia del controllo che ognuno subisce nella vita
quotidiana. Perché hai scelto questo tema?
ML: Non facciamo altro che leggere e sentire che esiste un sistema mondiale di controllo sulla nostra vita, sui nostri spostamenti, sui nostri consumi, sulle nostre abitudini. Dal semplice prelievo Bancomat, agli acquisti con Carte di credito, dal Telepass alle banche, dai supermercati fino alla prenotazione di un taxi ….. Le città sono piene di telecamere, nei negozi, negli alberghi, dappertutto!E' veramente incredibile come si sia sviluppata una rete dalla quale è impossibile uscire. E, d'altra parte, i meccanismi di condizionamento diventano ogni giorno più efficienti: la pubblicità televisiva, murale, sulla stampa. Ma non solo; il sistema commerciale, l'economia, l'agricoltura, tutto è indirizzato al condizionamento implacabile a livello dei singoli individui se non di intere comunità. E' un quadro agghiacciante di fronte al quale è veramente difficile rimanere impassibili.

ADC: Questo brano è realizzato insieme a Frankie Hi-nrg. E il disco in generale presenta un ventaglio di generi e collaborazioni molto vasto e variegato. "Sglobal" è un rap-rock su un tappeto funky, "Aiuto!" è un blues suonato con Alex Britti, mentre atmosfere jazzy fanno da sfondo a "Perso e trovato" con Stefano Di Battista e così via. Come nascono queste scelte? Opti per gli artisti in base ai generi che decidi di volta in volta di suonare, oppure sono quelle collaborazioni ad influire sulla contaminazione dei vari generi nella canzone che di volta in volta interpreti?
ML: La scrittura di una mia canzone prevede determinati passi; inizialmente concepisco una specie di embrione, cioè una idea piuttosto sfumata con una linea melodica più o meno rudimentale che lascio sedimentare per un po' di tempo. Alcuni di questi abbozzi non resistono al tempo e sfumano velocemente. Altri, viceversa, acquistano un certo valore emotivo e mi determinano una certa tensione interiore che mi porta ad addentrarmi di più nella loro essenza e ad analizzarne i possibili sviluppi. Così, ad esempio, dopo la prima idea di "Sglobal" ho sentito la necessità di completare il tema del condizionamento e del controllo con un artista che non si abbandonasse alla stupidità di slogan e luoghi comuni, ma che avesse l'intelligenza e la cultura per trattare con ironia ed efficacia l'argomento. D'altra parte era da molto tempo che desideravo scrivere e cantare qualcosa con Frankie Hi-Nrg, anche se il rap è piuttosto distante dal mio mondo. Ma mi sono sentito perfettamente a mio agio ed il risultato mi rende davvero felice.
Con Britti il percorso è stato un po' diverso. Quando ho cominciato a registrare "Aiuto!" ho capito (solo allora) che effettivamente la canzone "puzzava" di blues. Non ho mai scritto un pezzo del genere e volevo sottolineare in qualche modo la differenza stilistica con le altre mie canzoni. Alex è un grande cantante ed ha la popolarità che si merita, ma mi piace molto il suo modo di suonare la chitarra, viscerale, istintivo, colto e da strada nello stesso tempo, mai scontato o didascalico. Anche con Stefano Di Battista non si è trattato di un progetto nato in modo asettico o astratto. "Perso e trovato" è un pezzo di caratura internazionale, con la musica scritta da quel grande musicista che è Greg Cohen. Sentivo il bisogno di non banalizzare quella canzone ed ho pensato al lungo a chi e come poteva dare la luce giusta, i colori più appropriati alle atmosfere che via via sentivo aprirsi attorno alla canzone. Stefano è uno dei più grandi musicisti europei, se non mondiali ed il suo sax costituisce indubbiamente un incommensurabile valore aggiunto. Citerei ancora Marc Ribot, questo straordinario e rivoluzionario chitarrista che è riuscito ad interpretare perfettamente le mie intenzioni portando la mia musica verso un territorio di maggiore originalità.

ADC: Ancora una volta il tempo che fugge rappresenta il tema cardine del disco. E' una scelta consapevole, oppure si tratta di uno stilema che appare nei tuoi testi in modo automatico e spontaneo?
ML: Il tempo è lo specchio e il tassametro della mia vita, ma non solo il tempo che fugge. Anche quello che deve arrivare o quello che non c'è mai stato. La cognizione o la misurazione del tempo, inseguirlo o incorniciarlo nella memoria, sfuggirlo o corteggiarlo è geneticamente insito nelle mie canzoni. Ma non solo il tempo: la notte, i treni, la luna, i cani. Sono ingredienti piuttosto ricorrenti nella mia narrazione. Penso che ogni artista ne abbia di personali.

ADC: A proposito del tempo che passa, posso fare senza remore il più banale dei paragoni, vale a dire quello con il vino? Più passano e gli anni e più sforni belle canzoni. Penso a "Delitti perfetti", "Piano piano", "Aria di famiglia", ma soprattutto ai pezzi di "Sglobal", come "Hemingway", il più poetico dei testi di questo disco, per un letterato che era tutt'altro che poetico. Perché un omaggio a Hemingway?
ML: Credo di aver scritto delle belle canzoni anche in passato, per la verità. Ma sono abbastanza d'accordo che il livello complessivo del mio scrivere oggi sia un po' più alto che non in passato, anche se le mie canzoni di oggi possono risultare meno vendibili. Da cinque anni incido i miei album con la mia etichetta e forse questo mi permette una maggiore libertà. Potrei dire che non avverto alcun tipo di condizionamento, se mai ce n'è stato, da parte della discografia. Pur se i miei distributori operano seguendo le leggi del mercato, il fatto di essere un "indipendente" mi ha rimosso alcuni freni probabilmente inibitori. Ma forse c'entra anche l'età: a vent'anni scrivevo dieci canzoni al giorno e ne buttavo via undici, oggi ho molto più pudore nel proporre canzoni nuove al pubblico che ama la mia musica e, forse in modo inconscio, cerco di tirare fuori il meglio.
Su Hemingway c'è poco da dire: Paolo Conte gli aveva fatto una fotografia in una posa che probabilmente lo rappresenta meglio, io ho voluto incorniciarlo in un momento notturno di dubbio artistico ed umano, per sentirlo ancora più vicino.

ADC: Insomma, un disco intenso, pieno di storie vissute, pieno di storie e pieno di storia; e la storia non è fatta solo di passato, ma anche di presente e futuro, come si comprende nella denuncia di brani come "Sglobal" e "1904".
ML: Il mio amore per il racconto e per il cinema mi aiuta a scrivere le storie che amo raccontare nello stile che sento più appropriato. "Sglobal" è più cronaca, urgenza, resistenza; "1904" è al contrario la necessità di parlare di un argomento che spesso è tabù nelle canzoni. Spesso, per il grande pubblico le canzoni sono una camomilla o la proiezione dei sogni, o il viaggio in un mondo irreale, senza bisogni e senza problemi concreti, una specie di rifugio antiatomico, insomma. A me piace essere in qualche modo testimone e cronista del tempo che vivo e quindi mi piace anche portare nelle mie canzoni temi difficili ed attuali. Le riverberazioni del fascismo e del nazismo spesso costituiscono un atteggiamento di tipo giovanilistico-delinquenziale, ma più spesso può individuarsi una regia occulta che condiziona le azioni dei ragazzi e degli adulti. Penso al fenomeno dei nazi-skin, all'intolleranza antisemita, alla xenofobia spinta. E così ho avuto piacere a tradurre in italiano "1904", che il gruppo svizzero dei Patent Ochsner aveva inciso qualche anno fa.

ADC: Un brano in controtendenza, meno terreno e più trascendente, che rasenta quasi la dimensione onirica, è "Anna di Francia". Com'è nata l'ispirazione?
ML: Ho rivisto recentemente il bellissimo film di Hector Babenco "Ironweed" interpretato da Meryl Streep, Jack Nicholson e Tom Waits. Una storia di barboni molto poetica e commovente. Avevo tra le mani una musica scritta da Guido Elle, mio figlio, che mi ha messo in diretta comunicazione con l'anima di Helen, la protagonista del film. Ho inventato molto e molto della mia canzone non c'entra col film ma è stato magico. Purtroppo, per ragioni di metrica, non sono riuscito a chiamare la mia canzone "Elena di Francia"

ADC: Per "L'autunno, dopo tutto" hai creato un clima d'intimità giocato su un'avvincente ambiguità tra una chiusura sentimentale e un rapporto interpersonale. Ed hai sottolineato a livello timbrico questa atmosfera di tenerezza, ricorrendo a strumenti particolarmente zuccherini, come i glockenspiel. Parlaci di questa ricerca timbrica in questo e negli altri brani, ma anche durante i concerti.
ML: Questa canzone l'ho scritta in dieci minuti, ero davvero molto ispirato. Mi risuonavano nella testa alcune frasi: " gli uomini cambiano lungo i viali del tempo come cambiano i venti con le stagioni…" o " tutte le stazioni di questo lungo viaggio di confine si colorano d'argento e si tingono d'amore…" o ancora " io ti guardo dormire e fuori cade la pioggia e dolcemente l'autunno è già qui". Sono frasi semplici ma di una certa intensità, creano una certa atmosfera interiore. Ho cercato di riprodurre con il violino, il glockenspiel e la fisarmonica le sensazioni provate nella composizione della canzone.
Il suono è molto importante per me, è il vestito con cui presento il mio mondo. Ecco perché presto molta cura ed attenzione alla ricerca dei suoni, sia durante le registrazioni che nei concerti dal vivo.

ADC: E visto che abbiamo toccato l'argomento, parliamo di concerti. So che stai preparando un tour internazionale. Dove potremo venire ad ascoltare la tua musica dal vivo?
ML: In effetti la ragione principale per cui continuo ad incidere album è per avere un motivo in più di fare concerti. Amo cantare ed amo il pubblico e spero di poterlo fare per altri innumerevoli anni. Per ora mi accontento di quello che faccio, anche se non è una grossa fatica. Il tour partirà il 13 Luglio, dopo la fine dei mondiali, ed arriverà fino a settembre. Sarò un po' dappertutto, da nord a sud e un po' anche all'estero. Ho in programma quattro concerti in altrettanti prestigiosi festival nella Svizzera tedesca, con Patent Ochsner che, spero di portare prima o poi anche in Italia. E' dinamite pura!


Ma prima di tutto c'è il concerto di stasera, il debutto di "Sglobal". Congedo Mimmo ringraziandolo per la sua solita disponibilità e mi accomodo in platea. Il concerto è splendido, con versioni particolarmente gustose. Come "Una vita che scappa" eseguita dal solo contrabbasso di Cohen e dalla voce di Locasciulli, oppure come "Aria di famiglia", uno dei capolavori del repertorio della canzone italiana, eseguita in un saliscendi di ritmi e sonorità che conducono verso uno straordinario vortice di emozioni.
Il teatro è pieno. Applausi fragorosi e richieste di bis a non finire. È tardi. Solo il tempo di andare in camerino a salutare i ragazzi e a ringraziare Mimmo della splendida serata.
Esco dal teatro e mi incammino verso la mia auto. È tardi. Mi aspetta un lungo viaggio di notte, ma non mi preoccupo. Poi penso al viaggio sonoro che ho vissuto poc'anzi in teatro e allora sì che riaffiorano i brividi…


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MAGGIE'S FARM INTERVISTA
MIMMO LOCASCIULLI
www.maggiesfarm.it
il sito italiano di Bob Dylan

(Maggio 2006)

- Sappiamo che è imminente il tuo nuovo album... Ce ne puoi parlare nel dettaglio?
L'album si intitola "SGLOBAL", è prodotto da GREG COHEN e da me stesso ed è stato realizzato tra Roma e New York. Ho avuto il piacere ed il privilegio di avere alcuni importantissimi artisti ospiti, italiani ed internazionali che hanno dato lustro e maggior peso specifico all'album. La title-track l'ho composta e cantata insieme a FRANKYE HI-NRG, che considero il più grande rapper italiano in assoluto, soprattutto perché usa il linguaggio della tagliente ironia, dell'intelligenza e della cultura, anziché la banalità di uno slogan. Nello stesso brano suonano altri grandi musicisti, che poi sono in qualche modo presenti in molte altre tracce: GREG COHEN (contrabbasso), MARC RIBOT (chitarre) STEFANO DI BATTISTA (sax) e MIKE APPLEBAUM (tromba). Il loro intervento ha contribuito senza dubbio a dare una impronta più jazzy alla mia musica. In una brano ( AIUTO!) c'è ALEX BRITTI che suona meravigliosamente la chitarra elettrica. Per la prima volta nella mia carriera ho scritto una canzone dal sapore blues e ho pensato che solo Alex poteva darle il colore giusto. Gli altri musicisti, di assoluto rilievo (MASSIMO FUMANTI alle chitarre, LUCA CIARLA al violino, ANDY BARTOLUCCI alla batteria e MATTEO LOCASCIULLI al basso e alle chitarre) hanno sottilineato con sapienza ed intelligenza le sfumature tipicamente musicali delle mie canzoni.
Relativamente ai testi, poi, mi sembra che ci sia una maggiore attenzione alla attualità sociale e politica di questo tempo.

- Come si differenzia rispetto ai tuoi lavori passati?
Direi proprio per lo stile musicale e per la qualità dei testi. La presenza di grandi artisti e grandi musicisti può aiutare ad arricchire un'opera, e di questo sono sinceramente grato a tutti coloro che vi hanno partecipato, ma la differenza vera, rispetto ai miei album precedenti credo stia nella immediatezza con cui ho scritto sia le musiche che i testi, di getto, irruentemente, come se nel vulcano della mia creatività la lava stesse già bollendo molto prima della eruzione.

- Hai dichiarato tempo fa di vivere distrattamente il tuo ruolo di musicista. E ti sei definito una specie di "ospite nel mondo della musica"... E' ancora così?
Più che distrattamente direi indifferentemente, nel senso che non sono molto addentro ai meccanismi di mercato, promozionali, strategici. Scrivo per il piacere di scrivere e canto per me e per il mio pubblico. Indipendentemente dal riscontro commerciale che segue o meno alla pubblicazione di un mio album.

- Cosa non ti piace dello show biz? E, dal punto di vista del pubblico, come giudichi quello che a nostro avviso è un irreversibile abbassamento del livello dello spettatore rispetto agli anni '70, quando c'era forse una maggior cultura e di conseguenza una maggiore ricettività per un discorso d'autore...? Sei d'accordo?
Non riesco a trovare niente di piacevole nello show biz. Probabilmente in un contesto più spontaneo e credibile potrebbe essere molto più piacevole ma il mondo dello spettacolo, purtroppo, è frequentato da troppi personaggi ambigui, troppi commercianti, troppi affaristi che della musica amano solo i possibili profitti. Un po' come quello che sta accadendo nel calcio o nello sport in genere. Ed il grande pubblico, in qualche modo si adegua.

- Come ricordi a distanza di tanti anni l'esperienza del celebre FolkStudio?
Quella esperienza rimane per me unica ed incancellabile. C'era molta ingenuità, è vero, ma c'era amicizia e sincerità.


- C'è qualche aneddoto particolare che ricordi di quel periodo?

No, non ho un aneddoto particolare se non il mio goffo debutto ai concerti serali: avevo un solo spettatore (il locale aveva a malapena un centinaio di posti) e i suoi occhi dicevano "Non mi importa se sono da solo, ho pagato il biglietto e tu devi fare un concerto vero". I miei occhi, dall'altra parte dicevano "Ti prego non andartene, altrimenti il mio concerto finisce, inevitabilmente"

- Parlando tempo fa con Edoardo De Angelis ci confidava che rimpiange la mancanza di un locale simile...
I tempi sono senza dubbio cambiati, ma quel tipo di locale mi manca molto.

- A proposito, è vera la storia che anche Bob Dylan cantò al Folkstudio, o è solo leggendaria?
Io sono arrivato tardi, nel 1972, ma sembra proprio che più o meno nel 61 Dylan fece visita alla sua ragazza, Suzie Rotolo che studiava a Perugia e, facendo tappa a Roma, si esibì al Folkstudio.

- Quasi dieci anni fa dicevi a proposito del futuro e prendendo spunto dalla tua cover di "The Future" di Cohen: "Noi viviamo in mezzo a una rivoluzione senza rendercene conto. Televisione, Internet, un sistema di comunicazione deviato... e la gente, che sta sempre più in casa, subisce tutto. È la rivoluzione della "noncomunicazione", dove non c'è passaggio di messaggio. E il risultato è una incultura, una ignoranza, una cattiva educazione. Quindi, se guardo al futuro prossimo sono molto preoccupato." In questi dieci anni come sono cambiate le cose?
Direi in peggio. Per noi adulti c'è il rimpianto di tutto quello che si è perduto senza alcuna contropartita morale o sociale. Per le nuove generazioni c'è un forte disagio sociale ed esistenziale, incertezza, smarrimento.

- Tra i giovani, o relativamente giovani, cantautori italiani chi ti ha impressionato positivamente?
Mi piacciono molto Grignani e Morgan e non ho mai nascosto la mia grande ammirazione per Carmen Consoli. Mi pare abbiano molto più da dire, rispetto a tanti altri.

- E in campo internazionale? Vedi qualche erede degno dei maestri Dylan, Cohen, Simon e Waits?
Non ancora. In campo femminile credo che il vero fenomeno sia Alanis Morisette.


- Più in generale, che ruolo ha oggi la figura del cantautore? A noi sembra che rispetto al periodo storico degli anni '70 (Guccini, De Gregori, De Andrè, Vecchioni etc.) si sia perso molto... Come consideri il fatto che molti cantautori storici abbiano preso strade spesso molto differenti rispetto agli inizi?
Beh, quella è una evoluzione piuttosto naturale. La staticità sarebbe inverosimile soprattutto in un mondo che corre e cambia continuamente. Personalmente intendo il cantautore come il testimone del tempo che vive e quindi ritengo naturale una evoluzione artistica. A patto che non si tramuti in involuzione.


- Hai collaborato con molti artisti, da De Gregori a Ruggeri. Con chi ti piacerebbe lavorare, prima o poi?
Un grande desiderio è stato esaudito lavorando con FRANKYE Hi NRG. Ci stavo pensando da più di un anno e mezzo. Per il futuro mi piacerebbe cantare una canzone proprio con Carmen Consoli. Sarebbe un grande onore in termini artistici ed umani.


- Hai tradotto diverse canzoni dall'inglese. Quale ritieni la più riuscita?

Non ho sufficiente obiettività quando analizzo le mie cose, ma forse la mia versione di "A rum tale" dei Procol Harum ("Storia di una bottiglia") è quella che più mi emoziona.

- Visto il mentore del nostro sito ci corre l'obbligo, come si dice, di chiederti come ha influito Bob Dylan sulla tua musica...
Prima di conoscere la musica di Dylan suonavo con il complessino le cover dei Beatles e dei Rolling Stones. Non credo che continuando su quella scia avrei potuto diventare cantautore. Forse senza le canzoni di Dylan sarei rimasto un semplice suonatore di organo in qualche gruppo di provincia.

- Hai realizzato una bella cover di "Series of dreams"... Come nacque l'idea? E come mai proprio quel brano tra i tantissimi di Dylan?
Nella realizzazione dell'album "Il futuro" ho avuto costantemente al mio fianco Francesco De Gregori che con amicizia ed entusiasmo ha messo un po' dappertutto la sua sensibilità artistica. E fu proprio Francesco a tradurre "Series of dreams" scegliendo una delle canzoni meno note di Dylan, ma certamente una delle più belle.


- A proposito di questo brano... Fu inserito nel tuo disco di cover, "Il Futuro", per il quale hai dovuto far approvare i tuoi testi dagli autori. Abbiamo letto che Neil Young fu molto pignolo su "Powderfinger"... E Dylan?
Tom Waits e Neil Young sono stati davvero tremendi: non gli andava bene niente. Abbiamo dovuto lavorare duramente per ottenere il loro permesso. Dylan, al contrario, è stato rapidissimo, ha approvato il testo in meno di 24 ore.

- Sappiamo che esegui spesso brani di Dylan durante le prove... Quali sono i brani che preferisci? Ne hai mai registrato qualcuno? E, più in generale, qual è il Dylan che preferisci?
Da quando ho cominciato a fare concerti la canzone del mio sound-check è stata sempre "Sign on the window" e credo che sarà sempre quella. Mi da sempre le stesse forti emozioni e mi permette di verificare al meglio il timbro della mia voce sul monitor e di saggiare il suono del pianoforte. Di Dylan mi piace tutto, ma proprio tutto. In ogni caso, dovendo esprimere una preferenza direi che su tutti metto "Blonde on Blonde" "Highway 61 revisited" e "New morning".

- E, per restare su Dylan e sul tema cover, quale versione italiana ti sembra la migliore tra tutte quelle realizzate?
"Series of dreams", indubbiamente. E' molto fedele all'originale pur esprimendo una poeticità tutta italiana.

- A proposito della "annosa" questione se sia possibile fare poesia in canzone, una volta De Andrè disse che solo Bob Dylan c'era riuscito... Qual è il tuo parere sull'argomento? Saresti stupito se prima o poi gli dessero davvero il premio Nobel per la letteratura?
La poesia è cosa assai diversa dalle parole di una canzone, per quanto esse possano essere variamente "poetiche" . Ma Dylan è riuscito molto spesso a rompere il diaframma e a sconfinare nella pura poesia. Penso che, al di là delle nomination, non gli daranno mai il Nobel considerando il grado di esclusività e gelosia propria dei letterati, ma forse in fondo è giusto così. Lasciamo che Dylan sia il più grande poeta in musica di sempre.

- Quali sono i tuoi progetti futuri, nuovo disco a parte?
Sono pervaso da una strana euforia. "Sglobal", pubblicato il 22 Maggio, sembra già lontano anni luce. Ho molti progetti: il tour estivo, alcune produzioni di nuovi artisti, ma anche e soprattutto sto già pensando alle mie nuove canzoni. Ed è molto strano alla mia età. Ma forse, per dirla con Bob " I was so much older then, I'm younger than that now"


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PRENDETE LOCASCIULLI: CHI L'HA DETTO CHE NON SI VIVE FUORI DAL CIRCO?'


Lorenzo Neri

(L'Unità 17 luglio 2003)


Debutta questa sera (GIOVEDI' 17/7) a Napoli, nel festival Momenti in libertà, la nuova tourné di Mimmo Locasciulli protagonista in duo acustico con il grande contrabbassista americano Greg Cohen: una formula che ha riscosso un buon successo nel mini tour dei mesi scorsi fra Italia e Svizzera. Un ritorno "live" di Locasciulli che segue il bellissimo, intenso, album Aria di famiglia che ha confermato l'intelligenza poetica - sensibile, sussurrata, evocata - del cantautore, lontano da logiche di mercato e dentro le speranze del nostro tempo. Dopo una lunga assenza, quindi, Mimmo è tornato sul palcoscenico con pianoforte e chitarra. "Da alcuni anni non facevo una vera e propria tournée - ci dice - Una trentina di concerti disseminati nel corso dell'anno, qualche altra partecipazione isolata, un vivere distrattamente il mio ruolo di musicista. La crisi della discografia, l'abbassamento generale del gusto, gli sterili meccanismi dello show biz possano toglierti la voglia di darti. Non era giusto spingere sull'acceleratore di una macchina scarica". Ora invece è carica? "Il disco Aria di famiglia mi ha portato nuovi entusiasmi, il mio nuovo manager per i paesi tedeschi ha voluto questo tour insieme alla etichetta che mi distribuisce in quelle nazioni (la stessa di Manu Chau, Anie Di Franco... ndr) ed infine il mio vecchio amico Greg Cohen, dandomi la sua totale disponibilità, ha contribuito a far sì che mi rimettessi in marcia. Per fare solo canzoni, niente altro che le mie canzoni". La tourné prosegue con concerti a Buti, Ricaldone, in Svizzera e un rientro a Roma il 30 luglio senza band, senza i tuoi figli a far da musicisti… "Avevo molta nostalgia dello splendido tour dell'89 con Greg: in duo, pianoforte e contrabbasso, molto intimo e molto profondo. Con i miei
figli Guido e Matteo, che sempre più spesso supportano i miei dischi e i miei concerti, ci sono state e ci saranno tantissime altre occasioni per stare insieme sul palco". Le collaborazioni di qualità sono ormai una cifra che contraddistingue il tuo lavoro: in Aria di Famiglia ci sono Ruggeri; Paola Turci, De Gregori, Andrea Mirò... "Mi sono sempre considerato, ma credo che, molti mi abbiano considerato, una specie di ospite esterno nel mondo della musica. Non tanto per il mio lavoro di chirurgo, quanto per il mio, carattere che mi porta ad essere distante dai clamori e dalle appartenenze. Tranne alcuni amici, non ho frequentazioni nel grande circo dello spettacolo. La loro partecipazione, quindi, non è niente altro che un segno di stima reciproca e di reciproco affetto, che sono ingredienti preziosi quanto rari". In Aria di famiglia canti: "I segni della vita non li puoi cambiare mai..." e in Un giorno qualunque sottolinei come "il conto della memoria resti non dà": sembrano parole fuori moda. "Cerco di essere un testimone del tempo che mi trovo a vivere. Nelle mie canzoni rappresento quello che vedo e quello che sento, indipendentemente dalla collocazione dei miei sentimenti in caselle di moda o desuete. In questa ottica la conservazione della memoria, intesa come traccia del proprio vivere, è importante quanto il vivere stesso". Sei "intorno ai trent'anni" di musica: "È vero ma non amo fare bilanci. Sento però di aver percorso un cammino di indipendenza, non so se di coerenza, umana ed artistica. Ho scritto le canzoni che ho sentito di scrivere, secondo le mie reali capacità, ho inciso dischi e fatto concerti sempre dentro le mie "misure" e ho avuto i successi o gli insuccessi che ho meritato. Vorrei continuare ancora a lungo così".

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BENVENUTI NEL FUTURO
di
Giampiero Cappellaro
(tratta da "L'isola che non c'era" - n.10/1998)

È un uomo semplice, non ci sono dubbi. E uno dei personaggi storici della canzone d'autore che conta, figlio di quel segno di un mondo diverso in cui ha ancora un senso chiedersi il perché. Mi è sempre piaciuta la sua scontrosità, il suo stare al di fuori dalla mischia: come, del resto, si vuole che sia per un artista in regola con i quattro quarti di nobiltà creativa. Il suo nuovo album, "Il futuro", è in realtà un ritorno al passato, ai suoi grandi maestri, i vari Cohen, Dylan, De Ville, Young, Waits, con il suo carico di sentimenti profondi, non sempre rassicuranti ma, in ogni caso, reali. Per noi è uno dei grandi. E tanto basta.


Dopo tre anni dall'uscita di "Uomini" ecco "II futuro", un album composto quasi completamente da cover, un personale tributo ad alcuni degli artisti più importanti della nostra epoca. Come mai questa scelta?
Sai, c'è chi dice che devo molto a loro, ma è un errore. In realtà gli devo tutto, perché credo che se non fossero esistiti nemmeno io sarei stato quel che sono. Comunque tutto nasce da Uomini. Avevo appena finito il disco e lo stavo facendo ascoltare ai miei discografici. I soliti convenevoli, le classiche battute di queste occasioni d'incontro poi, d'improvviso, il giudizio di uno di loro: "Sembra un disco tipico degli autori rock americani...". Mi scocca la scintilla... ma sì, è proprio vero. Negli anni precedenti, a parte l'incursione del digital-pop di Clandestina, ero sempre andato in direzioni musicali diverse. Avevo sperimentato i fiati, le fisarmoniche e, un pò, dimenticato la mia vera origine. il mio suono, i miei inizi al FolkStudio quando ponevo le chitarre elettriche su quelle acustiche, l'organo sul pianoforte... Con Uomini ero ritornato al mio modo d'intendere musica e adesso quella frase aveva sollecitato in me un nuovo desiderio: perché non fare un disco di brani di quegli autori rock che tanto avevano foraggiato la mia ispirazione?
Così, quasi per gioco, ho deciso di fare questo album di cover, senza la presunzione di realizzare niente di straordinario, ma semplicemente qualcosa che rispondesse a un modo un po' diverso ma pur sempre totalmente mio di esprimermi, di fare la mia musica. Spero non risulti troppo irriverente, in fondo è solo un omaggio, la possibilità di esprimere la mia gratitudine a questi artisti.

Come è avvenuta la scelta dei brani?
È stato un lavoro lungo ed estenuante.
Sono partito da una scelta iniziale di circa quaranta canzoni per arrivare poi, dopo tre anni di lavoro, alla selezione di una quindicina di brani confacenti, come spirito e cultura, al mio progetto. Ho evitato con cura di andarmi a confrontare con grandi classici, per capirci del calibro di Blowin In The Wind, scegliendo brani meno famosi, ma ugualmente importanti. Purtroppo non ho potuto includere tutti i brani prescelti, perché per alcuni non ho avuto l'autorizzazione degli autori.

Ma come, in Italia ognuno canta quello che vuole...
Sì, ma per fare una traduzione devi avere un'autorizzazione, che ti assicuro, non è facile avere. E, purtroppo, così mi è saltato il pezzo di Paul Simon.

Qual è il brano di Simon che avevi scelto?
The Dangling Conversation, che ho tradotto, cantato, registrato e missato, ma poi ho dovuto accantonare per i motivi che ti ho detto. Purtroppo con lui c'era stato un precedente di un tributo italiano, con testi mal tradotti, che gli aveva dato molto fastidio. Ho provato in tutti i modi a convincerlo, ma non c'è stato niente da fare. E poi è rimasta fuori un'altra canzone a cui tenevo molto: Gipsy di Stevie Nicks dei Fleetwood Mac. Peccato, perché la mia versione, senza sembrare troppo presuntuoso, è bellissima ma al momento di consegna- re il master, non sono riuscito ad avere in tempo questa benedetta autorizzazione perché Stevie Nicks era in tour con il gruppo.

Non è un rischio, nell'Italia canzonettara "omologata" di oggi, fare un disco di canzoni "pesanti", di grande contenuto e sentimento?
Ti rispondo in maniera differente. Credo che l'Italia sia un'isola a parte nel mondo e che molta della musica che ascoltiamo qui in nessun altro posto avrebbe ragione d'esistere. E la colpa non è solo degli artisti, ma di tutto il sistema che "provincializza" brutalmente la nostra proposta musicale. Di contro, non credo di essere con Il futuro così "fuorì. È che la collocazione è l'ultimo dei miei pensieri e, semmai, m'interessa fare una cosa forte, matura, magari vera...

Il futuro è la traduzione che De Gregori ha fatto di The Future, un pezzo di Leonard Cohen. Ricordo, a proposito di quest'ultimo, un'intervista in cui diceva che questo brano non era poi così negativo...
Beato lui... per me Il Futuro è un pezzo duro, amaro e drammaticamente vero.
Personalmente ho una grande considerazione del futuro, in senso generale, e amo pochissimo il passato, di cui posso conoscere tutto tramite la storia, la lettura. Poi bisogna distinguere quale tipo di futuro. Se parli del futuro prossimo...
allora cambia tutto. Noi viviamo in mezzo a una rivoluzione senza rendercene conto. Televisione, Internet, un sistema di comunicazione deviato... e la gente, che sta sempre più in casa, subisce tutto. È la rivoluzione della "noncomunicazionè, dove non c'è passaggio di messaggio. E il risultato è una incultura, una ignoranza, una cattiva educazione. Quindi, se guardo al futuro prossimo sono molto preoccupato, altroché.

Anche il resto del disco non brilla per ottimismo...
Non è pessimismo, ma la presa di coscienza della pochezza del tempo che viviamo. Emblematiche sono Andiamo verso il niente (Road To Nowhere di David Byrne) e Serie di sogni (Series Of Dreams di Bob Dylan), perché "corriamo verso il niente" e "niente diventa realtà". Anche se questa non è l'unica componente del disco. C'è l'amore stralunato di China la testa (Tom Waits), il sarcasmo pungente di Sono i soldi che amo, l'invettiva di Vita da scemo di Costello, il racconto cinematografico di Powderfinger, cantato in coppia con uno "sconosciuto", tale Cereno Diotallevi, un talento (!!)... e due pezzi nuovi miei in sintonia con il resto.

Nel Il cielo era lì sembra quasi di percepire una forma d'emozione nel cantato.
Eh sì, questo è un brano che mette davvero i brividi. L'originale di Willy De Ville, Heaven Stood Still, è un autentico miracolo di emozioni, la forza drammatica che trasmette una grande canzone d'amore. Nel tradurla sono rimasto impressionato dalla profondità del sentimento: in un rigo capisci che tutta la speranza della sua vita è una notte da ricordare... Come fai a non commuoverti per tale grandezza?

Dal punto di vista sonoro c'è il ritorno alla classicità dei tuoi primi dischi. È dipeso dalla scelta di produrti in prima persona?
Quello di non avere un fonico è la grande libertà che mi sono concesso. Dopo anni e anni dove lasciavo il compito ad altri, finalmente ho provato con questo album a mettere le mani sulle manopole. Così non me la devo prendere con nessuno e il suono è quello che dico io. Penso di non sbagliare dicendo che i riferimenti più evidenti sono proprio quelli dei miei primi album, i più spon tanei e diretti, senza troppe manipolazioni. E devo dire che in questo mi hanno aiutato anche i musicisti che hanno lavorato con me. In primis il mio trio base, composto dalla sezione ritmica romana per eccellenza: Massimo Buzzi e Mario Scotti, rispettivamente basso e batteria, e un giovane formidabile chitarrista, Paolo Giovenchi. A loro debbo un certo tipo di sonorità, perché n bastano gli arrangiamenti e le canzoni per fare un grande album: servono buoni musicisti, dotati di tocco e sensibilità.

Non hai pensato che sarebbe stato più unitario fare un album di brani tradotti solo di Dylan o Cohen o di un altro unico autore?
No, perché con più autori hai tante sfaccettature, tante idee, varie soluzioni. Il denominatore comune è sempre uno solo: la propria voce. Tu puoi fare quello che vuoi ma, alla fine, la gente accende la radio o lo stereo e la prima cosa che riconosce è la voce, ti identifica con quella.

In questo disco è limitato l'intervento di Greg Cohen.
Greg è sempre nel mio cuore, ma in questo disco c'è più basso elettrico che contrabbasso.
Poi lui aveva tantissimi impegni quando ho cominciato a registrare e comunque, nel pezzo di De Ville c'è, non poteva non esserci.

Si fa un gran parlare della figura del cantautore. Secondo te esiste ancora?
Per fortuna sì. malgrado ci sia chi si ostina a parlare della morte del cantautore. 1 giornali più titolati non fanno che strillarlo, tanto che alla fine qualcuno ci crede pure. Ritengo che, ad esempio, negli ultimi siano anche nati cantautori moderni e bravissimi come Jovanotti, Gianluca Grignani e, fra le donne, Carmen Consoli. E invece leggi che la musica italiana è solo un certo tipo di band.

Eppure c'è una parte della critica che promuove a pieni voti questa nuova ondata di rock italiano.
Guarda che non ho preconcetti con il "progresso" perché, tanto per fare un nome, il pezzo di Fankie Hi-Nrg è bellissimo. Quelli che ben pensano lo annovererei tra i brani più belli degli ultimi anni. Purtroppo, di questa nuova ondata, come dicevi tu, mi sembrano poche le "cosè che hanno un peso. È il modo di comporre che mi lascia perplesso e, forse, manca anche un pò di cuore. lo credo nel progresso, nel dover guardare avanti e nell'aiuto che questo ti può dare, ma non nell'essenzialità fine a se stessa.

C'è un album della tua discografia a cui sei più affezionato?
Ce ne sono tre, veramente. In assoluto l'album che amo di più è il primo, quello del "FolkStudio". Voce e chitarra, sgraziato, forse per questo indimenticabile come il primo amore.
Un disco a cui sono visceralmente legato anche per i motivi che mi legavano a Cesaroni, proprietario del FolkStudio e recentemente scomparso.
Gli altri due album che mi piace ricordare sono Intorno a trent'anni e Tango dietro ìangolo. Intorno a trent'anni è il disco della maturità, della prima grande affermazione. Tango dietro l'angolo mi ha aperto le porte dell'Europa, mi ha regalato molte soddisfazioni.

C'è ancora spazio per gli artigiani della canzone che fanno più coscienza che opinione, che lasciano poco spazio all'apparenza, ma impegnano di più il cuore e la mente, in piena libertà d'espressione?
È una domanda impegnativa, posso rispondere solo per me stesso.
Ho la fortuna di non dover render conto a nessuno della mia ispirazione, faccio ancora il medico e questo mi consente d'inventare musica ancora "quasi" solo per passione Io posso affrontare con serenità il rischio successo-insuccesso, altri non hanno questa possibilità.

 

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Mimmo Locasciulli riproduce nel migliore dei modi la poesia dei suoi idoli
"Canto il futuro tornando alle origini "
di
Maurizio Gregorini
(tratta da "Italia Sera" - 9 maggio 1998 - rubrica "lo spettacolo" )

Il futuro? È un po' come tornare alle origini, quando al Folkstudio sulle chitarre acustiche sovrapponevi quelle elettriche, oppure aggiungevi l'organo al pianoforte, tanto per fare un esempio. In poche parole ci mettevi qualcosa di tuo e avevi maggiore soddisfazione nel suonare le canzoni che amavi. Per quale ragione un disco in cui sono ospitate molte cover? Per anni, durante il soundceck dei miei concerti (spesso vi assiste una parte di pubblico), per non far ascoltare ciò che avrei proposto più tardi, eseguivo delle cover (non comprese però in quest'album). Canzoni di Dylan, Waits, Simon & Carfunkel e via dicendo. Il problema consisteva nel non rendere superficiali o ridicole composizioni importanti che nella loro traduzione in italiano avrebbero di certo sofferto. Così ho optato per quelle meno conosciute, anche se significative. Per quelle, insomma, che potevo rendere mie".
Con queste parole Mimmo Locasciulli presenta "Il futuro", nuovo album strutturato da undici canzoni, nove cover e due inediti. Un lavoro complicato se lo si accosta alla serietà di un ricercatore, alla pazienza di un musicologo, alla pignoleria di uno studioso di semantica, alla curiosità di un antropologo e alla fedeltà di un traduttore. Realizzare oggi delle belle cover è impresa difficile; certo è che "Il futuro" appare uno dei suoi dischi più felici, proprio perché Mimmo Locasciulli è riuscito ad entrare nel mondo dei suoi amati autori, omaggiandoli come solo un fedele ascoltatore sa fare. In sintesi Locasciulli s'è impossessato della tecnica poetica di autori studiati in loro ogni singola profondità, non uscendone affatto passivo, ma rendendo sue cose che ora appaiono come vere e proprie nuove canzoni. Si tratta di pezzi a firma Bob Dylan, Tom Waits, Randy Newman, Elvis Costello, Neil Young, Leonard Cohen, Brooker e De Ville.

Hai avuto problemi per l'approvazione delle tue versioni da parte degli autori?
"Posso dire che il più esigente è stato Neil Young. Gli ho mandato il fax con la traduzione della mia versione (cosa che ho dovuto fare con tutti) e lui me lo ha "rispedito con ben ventuno sottolineature. In un preciso punto mi ero permesso di scrivere: ventun'anni ancora non ho, al posto di: ho appena compiuto ventun'anni. Niente, non me l'ha passata, e inoltre ha preteso che il titolo restasse lo stesso, Powderfinger, appunto. Certo, ottenere una licenza non è semplice: dipende sempre da come la tua sensibilità riesce a filtrare altrui, da come sposi la tua espressività con la loro: in poche parole se gli piaci. Ma mettiamola così: io mi sono avvicinato con lo spirito di un uomo che in tanti anni ha costruito la sua casa, vi ha messo dentro i mobili che gli piacevano, quel quadro o tappeto specifico. Un uomo che poi s'è affezionato alla crepa del muro, al rubinetto che fischia e ha poi deciso d'andare a casa d'altri per riportare qualche idea dentro casa sua, fondendola col proprio ambiente. Intendo dire che simile rapporto non può essere a senso unico: puoi prendere, ma devi restituire con gli interessi, che in questo caso sono il senso del tuo mondo, della tua appartenenza. Ma la cosa più importante di questo disco è che per la prima volta non ho avuto mediazione alcuna con produttori o ingegneri del suono. Vi ho lavorato molto tempo e ciò che si ascolta è esattamente ciò che intendevo si sentisse. Se piacerà o no, è un altro discorso".

Come mai hai immesso due inediti?
"Diciamo che Stella di vetro, un pezzo che scritto recentemente insieme ad altri che ho riposto in un cassetto —l'unico rimasto tra quelli che dovevano dare vita ad un diverso disco prima che avessi questa bizzarra e curiosa idea delle covers'unisce perfettamente all'atmosfera generale. Questo per il motivo che spesso, in ciò che componevo, apparivano riff che prendevo in prestito da autori da me amati e che ho mensionato poco sopra. Per quel che concerne Come viviamo questa età invece, posso dire che ho fatto una cover di me stesso. Il pezzo lo scrissi per Gigliola Cinquetti (ne composi ben sette) per la quale produssi un disco, da noi passato inosservato, e che includeva una canzone scritta per lei dagli Avion Travel, e altre da Enrico Ruggeri.

In poche parole "Il futuro" è...
"Un modo come un altro per confrontarsi con le nuove generazioni. Una proiezione verso il Sturo in cui v'è uno specifico legame con la tradizione. Non credo che stiamo vivendo la vera epoca di un possibile domani: questa verrà quando si potranno notare le campane di vetro sulla luna. Non conosciamo nulla e non possiamo ipotizzare un futuro, soprattutto se non vi immettiamo dentro dei blocchi del passato o del presente. Ciò vale pure per la musica, dove la comunicazione non può prescindere dal legame con ciò che è già stato".

 

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"PADRE MIO"
di
Giampaolo Mattei
(tratta da " Anima Mia" Rock, Pop & Dio.)


La canzone "Padre mio" è una vera e propria preghiera...
E’ una vera preghiera! Io sono un laico, più agnostico che ateo, però ho la certezza che momenti di spiritualità s'incontrano per forza nella vita.
Spirituale, non religiosa, era, ad esempio, un'altra mia vecchia canzone "Natalina". "Padre mio" invece è certamente una canzone religiosa, con una ispirazione profondamente religiosa. L'idea è venuta fuori ascoltando un disco di Gavin Bryars che mi ha veramente steso per terra dalla commozione. In pratica Bryars ha registrato la voce di un barbone che canta all'infinito "Jesus'blood never failed me yet", cioè "il sangue di Cristo non mi ha abbandonato". Questo barbone che prega il Signore mi ha fatto pensare che molte preghiere sono collettive, il "Padre nostro" per esempio. E quando le cose appartengono a tutti alla fine non sono di nessuno, per cui in cinque minuti ho scritto una preghiera pensando proprio ad una persona in difficoltà, che non riesce a trovare la solidarietà di nessuno. Questa persona rivolge a Dio una preghiera per sè, ecco allora il "Padre mio" e non il "Padre nostro".

Ho ascoltato anch’io con emozione il disco di Gavin Bryars e ho raccolto quella singolare storia nel libro. Insomma, "Padre mio" è una canzone-preghiera nata all'improvviso, quasi una folgorazione...
Secondo me ci si casca nella "trappola" del contatto spirituale, ritengo che sia inevitabile anche per chi non crede.
La canzone è stata una concatenazione di pensieri non guidati. Sono molto ispirato dalla vita quotidiana così ho visto la solitudine di quella persona, di quel barbone che canta sempre la stessa preghiera. Non so per quale improvvisa ragione mi sono fermato a pensare all'assurdità di una vita senza preghiera, senza esame di coscienza.
Trovo, in definitiva, che la mia canzone sia una preghiera molto profonda, ognuno di noi poi ha delle chiavi di interpretazione. Alcuni critici superficiali hanno addirittura scritto che è una canzone dedicata a mio padre.

Qual è il suo rapporto con la fede?
Il mio rapporto con la fede cattolica è molto conflittuale perchè da ragazzo sono stato subito indirizzato all'Azione Cattolica che era quasi un luogo di raccolta per tutti i giovani. Parlo di oltre trent'anni fa e mi riferisco al mio paese, Penne in Abruzzo.
Ci si vedeva all'Azione Cattolica per giocare a biliardino, a ping-pong, e certo anche per le funzioni. Ho avuto la fortuna di avere un approccio veramente spirituale, bello, con la religione anche perchè spesso suonavo l'organo in chiesa. Ho avuto sempre un'attrazione molto intensa verso i canti veri della chiesa, non le canzoncine moderne. Mi riferisco al gregoriano, un canto estremamente commovente.
Da ragazzo andare a Messa era un fatto meccanico, automatico, non capivo veramente cosa accadeva, però i momenti di sensazione profonda, di emozione, erano legati a fatti musicali.
Poi in età adulta è facile che si entri in conflitto con il mondo intero e nel mio caso c'è stata la ribellione verso i dogmi. Ho letto con molta ostinazione tutto quello che potevo, la Bibbia innanzitutto, per trovare una giustificazione a quella che mi sembra un'imposizione religiosa. Così sono diventato quello che sono adesso, un laico.
Tuttavia se c'è una ragione per spiegare perchè le persone si affidano spesso al credere in Dio evidentemente o io non la conosco, ed è un mio limite, oppure è una realtà che fa parte dell'organizzazione meccanicistica della vita dell'uomo.
E’ un discorso che vale per tutti i tipi di fede, anche se non conosco le altre religioni. Per quanto riguarda il cristianesimo, l'impostazione della fede la considero credibile, quello che poi invece mi lascia indubbiamente perplesso e mi provoca tuttora rifiuti è tutta l'organzizazione ecclesiastica.
Credo però che dal punto fi vista umano, e non del credente, la funzione dei preti, dei frati e delle suore, sia fondamentale. Penso a quelle suore, per esempio, che svolgono la loro missione negli ospedali. Da medico affermo che gli ospedali non possono diventare completamente laici, non devono perdere la componente preziosa costituita dal personale religioso. Rimpiango le suore, insostituibili, di quando l'ospedale romano "Santo Spirito" era ancora un "Pio Istituto" e i malati non erano solo schede da archiviare. Però l'organizzazione clericale mi lascia un po' sconcertato.

Cosa significa per il cantautore Locasciulli l'esperienza che ogni giorno fa in ospedale il chirurgo Locasciulli?
Faccio questi due mestieri da vent'anni precisi. Mi dà molto. Essere medico in un grande ospedale di Roma è un continuo confronto con me stesso, con il benessere, con il mio privilegio di non essere nè malato nè sofferente. Se fossi credente ringrazierei Dio di tutto questo. Essere medico insomma per me è un continuo confronto, un continuo rimettere in discussione questo tipo di privilegio. Perché sono privilegiato e come mi devo comportare con chi non è stato fortunato? Certamente non riesco ad abituarmi al dolore, alla morte, ma non smetto neppure di abituarmi alla gioia della vita.
Umanamente i pazienti hanno sempre qualcosa da insegnarti e se qualcosa ti viene insegnato umanamente stai tranquillo che anche dal punto di vista artistico c'è un riscontro.

Con la canzone "Il suono delle campane" si è schierato apertamente dalla parte dei più deboli.
Il testo della canzone l'ha scritto al 100 per 100 Francesco de Gregori. Quello che c'è di predestinato e di strano è che io avevo pensato qualcosa di simile per il testo leggendo proprio un articolo profondo di Francesco intitolato "Il nuovo medioevo". Anche Francesco, come me, è un laico ma a volte può dar punti anche agli esperti di religione.
Avevo pensato ad una canzone intitolata "Se un sogno non ti basta" : mi riferivo ad un sogno molto utopistico, ideale, senza guerra, violenza, sopraffazione. Con una combinazione clamorosa, Francesco ha scritto un testo bellissimo che andava esattamente nella stessa direzione. Ci sono riferimenti al dramma del Rwanda e della ex Jugoslavia.
A me interessa il confronto con l'uomo più che un'analisi della realtà. M'interessa lo stare insieme con l'uomo, la solidarietà, la tolleranza, addirittura la complicità.

La canzone "Povero me", anch'essa scritta con De Gregori, esprime la stessa solidarietà verso le persone meno fortunate.
Esattamente. Preferisco schierarmi dalla parte di coloro che nella vita non vincono mai. E’ chiaro che sto dalla parte di chi non vince. Non sono un uomo di lotta, ma lotterei volentieri per chi viene sopraffatto, per chi subisce, per "gli uomini sconfitti con un cartello al collo", quelli che poi pagano per tutto e addirittura vengono derisi. Viviamo ancora sulla bruttissima eco degli anni '80, il tempo dell'arrivismo e dell'edonismo. Sono per la concretezza, per i valori essenziali dell'uomo.
Lo sconfitto comunque non è un perdente, è uno che ha perduto in una prova di forza. L'animo di uno sconfitto può essere più grande e più nobile di quello di un vincente.

Nelle canzoni ha sempre raccontato stati d'animo. C'è un messaggio che vorrebbe aver comunicato?
A volte qualcuno mi scrive dicendomi che le mie "belle parole" sono state d'aiuto. Nella legge dei grandi numeri le mie sono cifre piccole. La funzione di una canzone è tener compagnia, aiutandoti a stare un po' con te stesso, con il tuo pensiero. Se mai dovessi desiderare che ci sia stato un messaggio nelle mie canzoni, rischio di essere obsoleto, quasi un "figlio dei fiori", nell'affermare che vorrei tanto aver comunicato pace, amore e libertà.
La gente oggi ascolta e vuole altre cose, in questo mi sento di un'altra generazione che non signifca essere peggiore ma, scusate la presunzione, essere migliore! A volte mi dicono che sono l'ultimo gentiluomo di campagna. Sono cortese, cedo il posto sull'autobus... Non mi ritrovo molto nelle consuetudini della quotidianità di oggi. Mi sento a disagio perchè rischio di far la parte del burino che viene dalla campagna. Però mi piace essere così e non cambiare.

Oggi la maggior parte dei giovani hanno interessi, e non solo musicali, molto superficiali. Quale pubblico ascolta il genere di canzoni che propone?
Ho uno "zoccolo duro" che mi accompagna dai tempi di "Intorno a trent'anni", cioè dall'inizio degli anni '80. E’ un pubblico adulto, al di sopra dei 25 anni, però mi stupisco molte volte nel vedere ai miei concerti ragazzi giovanissimi. Mi stupisco perchè il mio modo di essere cantante è poco illuminato. Non mi metto in mostra, avrei i numeri per essere un puro e semplice cantante di "culto" per quelli che coltivano l'interesse e l'amore per la canzone d'autore, come vent'anni fa.
Con molto stupore e gioia vedo che mi seguono anche i più giovani: sono certamente quelli più impegnati nell'area del volontariato, che hanno qualcosa da pensare, da fare e da dire. Quelli che vivono molto banalmente la loro gioventù, in maniera più spensierata, e non intendo condannarli, non credo che ascoltino la mia musica.
È più probabile che mi ascoltino quelli che come me sono delusi della corsa del mondo e soffrono per la mancanza di serietà generale.

 

 

 

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